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Tiro al Volo, un esperienza sul campo

Articolo sul tiro a volo pubblicato su "Movimento" Volume 23 Ed. Pozzi


La mia esperienza nel tiro al volo comincia agli inizi di aprile 2008, uno sport di cui non sapevo assolutamente nulla, neanche il nome, pensavo si chiamasse tiro al piattello! La prima cosa che ho capito di questo sport è che è molto più difficile di quello che si pensa ed è uno sport molto istintivo, d’altronde, deriva da uno dei più antichi istinti dell’uomo: la caccia. In effetti molti degli appassionati di questo sport sono cacciatori amano la natura e ovviamente i fucili.

Da neo psicologo dello sport per me è stata un esperienza interessantissima,tiropiattello-20130502-154634 dal punto di vista umano forse ancor più bella, l’ambiente del tiro al volo è un ambiente genuino, lontano dai clamori degli sport “popolari”, dalle tv e dagli sponsor. Fin dai primi giorni ho capito che chi pratica questo sport lo fa per passione non certo per cercare fama e gloria! anche se alcuni sono arrivati anche a quella… e se la sono sudata sul serio. Un'altra cosa che salta subito all’occhio è che il tiro al volo non è uno sport per mammolette ( e con questo non intendo le donne dato che ho avuto il piacere di conoscerne alcune veramente forti): il vento, il freddo la nebbia, gli spari, il sole davanti agli occhi e questi benedetti piattelli… insomma nei miei primi giorni assomigliavo più a un marines in vietnam piuttosto che a uno psicologo dello sport.

Dal punto di vista professionale, quindi psicologico, mi è parso subito evidente che in questo sport le parole d’ordine sono concentrazione, focus, attenzione, riflessi e rilassamento, perlomeno i principali. Sicuramente se si vuole eccellere in questo sport si deve allenare la propria mente, memorizzare ed automatizzare movimenti (come ad esempio l’imbracciata nella specialità skeet), dettarsi i tempi di chiamata del piattello e saper focalizzare un obiettivo. E’ proprio il saper focalizzarsi che conta, e si parla di decimi di secondo.

Credo che non tutti gli psicologi siano adatti a questo, qui non ci sono poltrone e divanetti, qui le chiacchiere stanno a zero il piattello o lo prendi o non lo prendi, e se punti alle olimpiadi non ne devi sbagliare neanche uno. Ho avuto la fortuna di poter stare a stretto contatto con dei grandissimi campioni fin dal primo giorno ed ho visto allenarli da un grande allenatore. Mentre vedevo allenarsi questi campioni e prendere 25 piattelli su 25 pensavo tra me e me che alla fine era come guardare Ronaldinho che palleggia e si allena; solo che non c’è tutto quel clamore che circonda sport come il calcio, e si vive il tutto con molta più semplicità, si mangia tutti insieme, si ride e ci si prende in giro, non ci sono fotografi e giornalisti, è una nicchia protetta, il che ovviamente ha i suoi vantaggi come gli svantaggi.

tiro_al_piattello1E’ stato molto bello vivere le difficoltà quotidiane in cui si trova ogni persona che fa questo sport, dalle difficoltà dell’atleta per migliorare i propri record, alle difficoltà di un allenatore ad aiutare a crescere in ogni fase dell’allenamento, le difficoltà organizzative di chi gestisce un poligono, ogni giorno è un lavoro paziente e certosino in cui tutti danno il massimo, ci si aiuta, ci si scontra, si discute, si vince, si perde e dove non mancano le solite leggende, i miti, le storie che si raccontano da sempre, i commenti sui grandi campioni e sulle grandi vittorie e le immancabili grandi sconfitte.

L’atleta con cui sono stato più a contatto è una ragazza di Taiwan di 28 anni che ha deciso di venirsi ad allenare in italia con uno degli staff più forti del mondo. Senza sapere una parola di italiano ma con una grande voglia ha sopportato 2 mesi di sforzi e di grande impegno per seguire il suo sogno di andare alle olimpiadi un giorno (che poi è anche il mio di sogno!).
L’ho vista passare ogni stato d’animo in questi due mesi, all’inizio è stata molto dura per lei, si è allenata in modi che non conosceva si è applicata tantissimo, e devo dire che nonostante il carattere taciturno è una che sa quello che fa ed è davvero determinata.
L’ho vista metterci lo stesso impegno sia negli esercizi fisici (quelli classici dello skeet) sia negli esercizi psicologici che il Dott.Cei le proponeva considerandoli alla pari (e questo per me è stato fondamentale perché ho capito in questi giorni che lo psicologo dello sport serve tantissimo in particolare ad un livello molto elevato e se si vuole migliorare la propria performance allenare la mente è importante alla pari dell’allenamento fisico, e le due cose viaggiano di pari passo, ed insieme creano la performance migliore, quella che poi alla fine della storia porta alla vittoria.

Stare in campo da psicologo è fantastico, ti senti davvero utile, sai che puoi fare qualcosa per migliorare una prestazione, e c’è qualcosa di così creativo, che ogni giorno pensi qualcosa di diverso da poter proporre; curare i dettagli e particolari psicologici di ogni prestazione richiede grande prontezza e abilità di analisi degli obiettivi.

Il rapporto con l’allenatore è forse uno dei lati più affascinanti di questo ragazzalavoro, si viene a creare quasi una simbiosi, si lavora fianco a fianco, ci si consulta si riflette insieme, si cerca di non invadere l’uno il campo dell’altro, e allo stesso tempo di cercare soluzioni ai problemi che si riscontrano in allenamento.

L’allenatore, soprattutto ad alti livelli come nel mio caso, sa che un piattello rotto in più può cambiare molto, moltissimo, e sa che alcuni piattelli si rompono solo se ci si mette la testa, e si affida allo psicologo per questo, il quale attraverso le proprie conoscenze è sempre alla ricerca di un modo per rompere quel piattello in più.

Dalla teoria alla pratica è tutto molto più complicato, ho faticato molto per entrare nei giusti tempi, non è semplice, in questo sport tra spari e cuffie bisogna essere veloci, capire alla svelta, a volte puoi solo intuire quello che ti stanno dicendo dato che mentre provi ad ascoltare e sollevi le cuffie c’è sempre qualcuno che preme il grilletto e ti rimbomba nell’orecchio un suono assordante.
E una volta che hai capito quello che ti hanno chiesto devi trovare il tempo e il modo di rispondere in modo efficace. Questo perché è molto importante essere lì con l’atleta vicino e sempre pronto, questo è quello di cui ha bisogno, ed è importante che prendi la pioggia o rischi un insolazione affianco a lui mentre affronta ogni situazione, ogni allenamento, ogni piattello, e sei totalmente immedesimato con l’atleta e lui lo sente. Cosi come è di questo che ha bisogno un allenatore, che tu osservi con lui, che dai risposte psicologiche alle sue sensazioni.. Ho capito l’importanza di “esserci”, li, in prima linea pronto a dare feedback, spiegazioni o semplici conferme.

Concludendo sono molto soddisfatto di questa esperienza, ho capito che lo psicologo dello sport si deve adattare a tutto e a fare tutto, non importa se fa freddo, fa caldo o se c’è vento devi girare, parlare, e farti sentire ma senza interferire nel lato tecnico devi trovare i tuoi spazi e i momenti giusti, soprattutto dire le cose al momento giusto, cogliere le sfumature di ogni istante della performance ed analizzarla, scomporla e restituire qualcosa all’atleta e all’allenatore.

In questi due mesi ho scoperto uno sport che mi è piaciuto moltissimo, ho conosciuto molte persone, straordinari talenti e semplici appassionati, allenatori e proprietari di poligoni, molti mi resteranno sempre nel cuore, ed è aumentata notevolmente la mia voglia di psicologia dello sport in cui credo moltissimo e ora ho visto con i miei occhi quanto un atleta di livello mondiale ma anche quello che ha appena cominciato, possa apprezzare il nostro lavoro.

Dott. Emiliano Bernardi


Articolo pubblicato su “Movimento” volume 23 – N.3 edizioni Luigi Pozzi

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